Il problema dell’armadio
Heated Rivalry: accontentarsi delle briciole
Un batterio delle piante, una macchia di fuliggine, un’oscenità: il sostantivo inglese smut ha molteplici accezioni tutte ascrivibili al campo semantico della morbosità o della turpitudine, ma il suo significato più ricorrente è quello che associa il lemma a un testo considerato a suo modo pornografico. Vale tutto: libri, discorsi, film, serie tv, canzoni. Se dici smut dici piccante, sessualmente esplicito, volutamente volgare. È un termine piuttosto desueto anche in inglese, ma da qualche tempo sta vivendo un suo personalissimo risorgimento. La parola, infatti, è stata riscattata dalle persone appassionate di romance e fanfiction, e viene utilizzata, anche in italiano, per codificare libri che raccontano storie d’amore particolarmente voluttuose. Tra questi, i titoli firmati da Rachel Reid, autrice canadese di Halifax, nota per aver scritto una serie in sette volumi, Game Changers, che lei stessa, sul suo sito ufficiale, descrive così: «A male/male queer hockey romance series». Vale a dire: una storia d’amore gay ambientata nel mondo dell’hockey. Sette libri, dicevamo, il primo è stato pubblicato nell’ottobre del 2018. Il settimo uscirà tra qualche mese. Costituiscono la base, il testo di partenza, di quello che è l’hot topic del momento: Heated Rivalry, la serie tv scritta e diretta da Jacob Tierney per Crave – un canale della pay tv canadese – che è ufficialmente disponibile anche in Italia, su HBO Max, dal 12 febbraio. Andiamo con ordine, ma intanto:
Ciao, questa è Orfeo, la mia newsletter. Mette il suo naso fuori casa oggi per la prima volta. Tra analisi sociale e commento culturale, con uno sguardo critico – queer e femminista – Orfeo arriva per raccontare o decostruire storie e immaginari relativi a libri, cinema e a quello che ci gira intorno.
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Heated Rivalry, dicevamo. Inutile dilungarsi perché, con ogni probabilità, se non l’hai vista ne hai almeno sentito parlare, però permettimi giusto due righe per illustrare un po’ il contesto. Ispirata principalmente al secondo e al sesto libro di Reid – il primo meriterebbe tutto un discorso a parte – la serie tv è di fatto un enemies to lovers, vale a dire una storia d’amore che racconta l’avvicendarsi di due giocatori di hockey tra loro rivali. Shane Hollander è la stella nippo-canadese dei Montréal Metros, mentre Ilya Rozanov, di origine russa, è il capitano dei Boston Raiders. Quella che tra i due sembra all’inizio solo un’attrazione proibita diventa – molto rapidamente, a dire il vero – un affaire segreto e poi una storia d’amore. A meno di venti minuti dall’inizio della prima puntata, Hollander e Rozanov stanno sc*pando in una camera d’albergo. Faranno poi molto sesso, moltissimo, per qualche episodio faranno solo ed esclusivamente dell’ottimo, inverosimile, sesso. Infine, dopo dieci anni di autonegazione, incontri fugaci e infinite sessioni di sexting, finiranno per accettare di provare amore malgrado l’imperante omofobia che li frena. Sai com’è: il cameratismo in spogliatoio, le politiche repressive, le famiglie, l’odio di sé. Un copione già scritto, diciamocelo. Eppure.
Eppure, era dai tempi della Ferrante Fever che non si assisteva a un fenomeno culturale di questa portata. Heated Rivalry è distribuita in Italia da pochissime ore, ma ha già monopolizzato il discorso social-culturale; occupa ogni dibattito, è oggetto di saggi critici e content indefesso. Soprattutto, la serie di Tierney è al centro dei discorsi, delle chiacchiere e di quel passaparola che è ancora, molto spesso, fortunatamente direi, l’accidente felice, l’imprevisto che arriva per sparigliare le carte, per cambiare il destino dei contenuti di intrattenimento.
Nessuno si sarebbe mai aspettato un’esplosione del genere, anche perché la serie è stata girata in poco più di mese, praticamente di corsa, e con un budget di assoluta esiguità (dai 2.5 ai 3.5 milioni di dollari a puntata, come segnala Jessica Murphy sulla BBC). Un dato su tutti è, credo, indicativo della gittata che Heated Rivalry sta registrando in tutto il mondo: il suo penultimo episodio ha battuto ogni record, ottenendo su IMBd il punteggio di gradimento più alto di sempre. Sì, più di Breaking Bad, più di Game of Thrones. Jacob Tierney stesso ha dichiarato di non essere stato certo nemmeno di riuscire, prima o poi, a esportare la serie al di fuori dei confini canadesi. È solo grazie all’infaticabile battage delle appassionatissime lettrici dei romanzi di Reid, che Heated Rivalry ha compiuto i suoi primi passi fuori dal Canada. La prima a interessarsene è stata la televisione australiana, ma, a seguire, la serie è arrivata negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in Irlanda, in tutta Europa, poi in India, in Cina, nelle Filippine e ovunque: là dove non è distribuita, Heated Rivalry è comunque consumata illegalmente.
Sono certo che la ragione per cui nessuno avrebbe mai davvero puntato su questo prodotto sia di matrice sessista, che il motivo di questa sfiducia sia legato a un pregiudizio di genere (e di genre). Lo abbiamo già detto: Heated Rivalry è un prodotto derivativo, che nasce da, e si adegua a, un testo scritto da una donna per le donne. Su scala globale, le slash fiction MxM, dette altresì yaoi o Boys’ Love – vale a dire i romance che pongono al centro la storia erotico-sentimentale tra due uomini – hanno un pubblico di riferimento femminile i cui gusti e le cui tendenze culturali sono sempre, e da sempre, aprioristicamente delegittimate. Come spiega molto bene Maria Cafagna nell’episodio del suo podcast, Autonoma, dedicato alla serie tv canadese: in una società sessista anche l’intrattenimento lo è.
Le ragioni per cui lo smut gay ha così tanto successo tra le lettrici eterosessuali è facilmente intuibile. Lo spazio narrativo è un safe place, un luogo ideale di immaginazione e di sperimentazione, dove poter riappropriarsi del desiderio, risignificandolo; dove incontrare una maschilità che si crede essere loro preclusa oltre il perimetro della narrazione. Dove, soprattutto, fare esperienza di relazioni sentimentali scevre da dinamiche misogine, guidate da prassi e grammatiche alternative alle asimmetrie etero-sessiste. Così, anche il sesso – lo smut – tra uomini diventa più eccitante: osservarlo, che sia su uno schermo o tra le pagine di un libro, significa pensare di poterlo interpretare senza, però, doverne sottostare, senza proiettare nell’amplesso l’immagine ipotetica o reale del proprio corpo. Se consideriamo, come dobbiamo sempre considerare, a quante pressioni è sottoposto il corpo delle donne, tutto questo suona in effetti parecchio liberatorio.
Il sesso. Ecco, veniamo al sesso. Non giriamoci intorno e non prendiamoci in giro: il fatto che Shane e Ilya facciano così tanto sesso è la chiave principale del successo di questa serie. È vero che con il procedere delle puntate, la loro relazione inizia a scivolare anche su altre traiettorie, ma i primi tre episodi sono costruiti a partire dagli amplessi tra i protagonisti. Il sesso, in Heated Rivalry, non è una furba guarnizione né una spennellata utile a rendere più morboso il racconto. Non è funzionale alla trama, ma è la trama. Ogni rapporto è ultra-soddisfacente, pulitissimo, sempre spedito. Shane riesce persino a farsi penetrare per la prima volta senza sussulti né particolari difficoltà. Il sesso, poi, è rivelatorio. È sc*pando che i protagonisti capiscono meglio chi sono, cosa vogliono. Forse questa è la cosa che personalmente io – che non ho amato per niente la serie – ho trovato più interessante: Heated Rivalry ribalta un paradigma. La prossimità erotica, solitamente intesa come il punto di arrivo di una storyline romantica, ne è qui, invece, la soglia ingressiva. Prima fanno sesso, poi finiscono per conoscersi e, infine, giungono alla realizzazione, alla coppia. È il contrario di quanto avviene in altri prodotti queer mainstream, come Heartstopper, Young Royals e Rosso, bianco e sangue blu. La scena finale, in questo, è emblematica: Shane e Ilya, dopo un coming out ancora parziale, salgono in macchina e vanno. Davanti a loro, una strada aperta. È il finale di Grease, archetipo problematico di una certa relazionalità eterosessuale, che si reitera.
A contribuire al successo di Heated Rivalry è, ahinoi, anche e ancora la strategia narrativa che posiziona i corpi entro il cronotopo del closet, che è sempre un dispositivo diegetico potentissimo. Disporre una storia nel buio dell’armadio, prima del coming out, significa far leva sul senso di segretezza, che porta in sé la possibilità dello svelamento, dunque il rischio, la paura del finale tragico. Il closet crea tensione e funge da fucina immaginativa: chiudersi all’interno significa ipertrofizzare il desiderio, fagocitare la fantasia. Ed è questo che fa Heated Rivalry: titilla i nostri sogni, ci chiede di sospendere la credulità e ci lascia fantasticare. Shane e Ilya hanno corpi statuari, perfetti, se non inverosimili certamente rari, desiderabili. Sono ricchi, ricchissimi, vivono in case da sogno, hanno carriere di successo e tutto un futuro che gli si stende davanti.
Mentre immagino, come si è detto, che prodotti come Heated Rivalry possano apparire rassicuranti per un pubblico di donne eterosessuali, mi chiedo come, invece, quella stessa rassicurazione possa essere considerata un orizzonte auspicabile per i telespettatori gay.
I motivi per cui la serie tv di Jacob Tierney piace anche ai maschi omosessuali sono chiari e anche legittimi. A sorprendere – a sorprendermi, almeno – è il coro entusiastico di chi asserisce che nessun prodotto dell’audiovisivo sia mai riuscito, finora, a rappresentare il desiderio maschile queer come Heated Rivalry fa, invece, molto efficacemente. Io non credo che questa serie tv ci rappresenti: non nasce con questo intento, non vuole parlare alle soggettività gay. Vediamo perché.
Dopo ore di ammiccamenti e copulationes, Ilya e Shane iniziano a fare esperienza di una loro semplice quotidianità: si chiudono in casa – in una casa di lusso, ovviamente – passano i pomeriggi a scrollare, a nuotare, a fare il barbecue, a essere una coppia. E dall’altra parte dello schermo, qui dalla parte di chi guarda, giù di lacrime di commozione. Aspettarsi un’evoluzione sediziosa da un prodotto di questo tipo, pensato per l’intrattenimento, sarebbe illegittimo, però nel deserto della serialità LGBTQIA+ permettetemi di sperare in qualcosa di più, in una storia che almeno superi il tentativo di adempiere a un ideale di matrice eteropatriarcale e soggettivista. Più che come due uomini queer, Rozanov e Hollander sono caratterizzati come due uomini che, a un tratto, fanno esperienza del desiderio omosessuale. La differenza è minima, ma sostanziale, perché, come ha scritto molto puntualmente Jim Downs su Slate, il desiderio è facile da abbracciare, mentre l’identità, implicando la socializzazione, può essere un fardello. In Heated Rivalry il tema omosessuale emerge, di fatto, solo quando il desiderio erotico tra i due inizia a scemare, ma di lì a poco, ben prima che la storia possa diventare un fatto pubblico, la narrazione si arresta. Non esiste alcuna socialità queer – se esistesse crollerebbe l’impianto tensivo, cederebbe il closet – e la nostra eccitazione è data, come si diceva, dalla segretezza, da quella segretezza che noi abbiamo, però, auspicabilmente già salutato. Vien da sé che, come accade ancora troppo spesso, il coming out, il pericolo del disvelamento, è il motore della narrazione, il secondo cuore di questa storia. Tutto inizia o finisce con il coming out (che qui è minimo, domestico). Ma quella messa a nudo, la fuoriuscita dall’armadio, la nostra partenogenesi è nella fattualità non un capolinea, ma una soglia, un attraversamento.
Perché, ancora nel 2026, ci sentiamo rappresentati da una coppia elusiva, auto-abnegante, refrattaria al coming out? Perché la queerness è narrativamente appetibile solo se decide di non collidere con le pericolose condizioni materiali che la minacciano? Abbiamo già letto centinaia di storie così nei decenni, nei secoli scorsi: My Own Private Idaho di Gus Van Sant, The Price of Salt di Patricia Highsmith, Brokeback Mountain di Annie Proulx, Maurice di E.M. Forster.
Ecco, Maurice, soprattutto Maurice, forse. Si tratta di un romanzo (ma c’è anche il film, con James Wilby e Hugh Grant), capolavoro del modernismo, che è stato scritto nel 1914, poi pubblicato solo nel 1971 alla morte del suo autore. Racconta una storia molto simile a quella di Ilya e Shane, se vogliamo: come i protagonisti di Heated Rivalry, Alec e Maurice diventano ostili l’uno nei confronti dell’altro perché non possono amarsi liberamente. E come Rozanov e Hollander, Maurice e il suo primo amore, Clive, tentano di mistificare la propria sessualità attraverso il simulato innamoramento per una donna. Anche il finale delle due storie è, come segnala Naomi Fry sul New Yorker, simmetrico: entrambe le relazioni giungono al compimento, alla piena realizzazione – nella sua postfazione Forster scrive che un lieto fine è essenziale, perché almeno in letteratura due uomini devono potersi innamorarsi e poter pensare di rimanere insieme per sempre – ma, al contrario di Maurice e Alec, Shane e Ilya non mettono a repentaglio le loro vite, non entrano in collisione, come si diceva, con le pericolose condizioni materiali che li circondano, con quelle strutture sociali che James Baldwin ci aveva chiesto di descrivere: solo esplorando cosa significa essere queer in una cultura più ampia, si può raccontare autenticamente la nostra vita intima.
Grazie, e a presto.
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Da persona che 'conosce' Heated Rivalry solo di riflesso dai social, e si è solo chiesto di tanto in tanto cosa ecciti del sesso omoerotico nelle donne, sono molto entusiasta: sto vedendo gli effetti dello sguardo critico queer e femminista preannunciato e promesso dalla newsletter, ampliando le mie vedute.
L'unico dubbio è sui timori del regista: che la serie non uscisse dai confini canadesi, perché come hai sottolineato è un prodotto per le donne eterossessuali - di diversa età ma soprattutto giovani aggiungo io e - non perché le donne importino nella nostra società sessista, ma sono quelle che più smuovono e pesano come fandom portando al successo qualcosa non per forza meritevole - non sto affermando che questo prodotto non lo sia, perché non lo so e non è il punto; penso piuttosto alla scelta di Jacob Elordi come Heathcliff.